domenica 14 dicembre 2008

Il Vaticano: «Pillola abortiva non è un farmaco innocente per la salute»

la santa sede contro l'introduzione della ru 486. Volonte' (udc): delusi da inerzia governo. Il cardinale Barragan: «Comprendiamo il dramma delle donne, ma il dramma maggiore è la morte»


ROMA - Sulla questione dell'introduzione in Italia della pillola abortiva arriva nuovamente il parere del Vaticano. La Chiesa cattolica comprende il dramma di una ragazza che suo malgrado si trova incinta, ma condanna l’aborto in qualsiasi forma esso venga praticato, perché si uccide un essere innocente: lo afferma il cardinale Javier Lozano Barragan, "ministro" del Vaticano per la Salute, che, in vista dell’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486, sottolinea, inoltre, che non si tratta di un farmaco "innocente" per la salute delle donne.

IL PARERE - «Per un verso si capisce molto bene la situazione ingombrante e imbarazzante di una ragazza che suo malgrado si trova incinta», afferma il presidente del Pontificio consiglio per la Pastorale della salute .
«Non è che non comprendiamo il problema. Così come comprendiamo cosa significa avere un figlio fuori dal matrimonio e tutte le difficoltà in cui si possono trovare le persone in questi casi. Sono drammi. Ma c’è anche una gerarchia dei drammi e il dramma maggiore è la morte, tanto più se inflitta ad una persona innocente come un figlio che deve nascere. Per questo motivo dobbiamo sempre dire, in modo forte e delicato al tempo stesso, che la vita viene prima di tutto il resto. L’aborto è uccidere, togliere la vita una persona innocente, perché, anche se nei primi momenti della sua esistenza, l’embrione è un essere umano con tutti i diritti». La Ru486, più specificamente, rientra tra i farmaci che «non sono tanto innocenti per la salute delle donne che li assumono», afferma il cardinale Barragan.

L'ITER - L’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) ha annunciato che entro la fine dell’anno questa pillola abortiva dovrebbe entrare in commercio in Italia e il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, denuncia che varie donne sono già morte per avere assunto questo farmaco. «Ad ogni modo l’aborto è sempre aborto, a casa o in clinica», afferma il porporato. La condanna della Ru486 è stato, peraltro, ribadito nel recente documento vaticano "Dignitas personae", un’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede vincolante per i fedeli cattolici. Anche la "pillola del giorno dopo", peraltro, viene bocciata dall’ex Sant’Uffizio per la sua "intenzionalità abortiva". «Il nocciolo di quel documento - spiega ora Barragan - non è un indicare ricettario morale o un tentativo di moralizzazione, ma ribadire che la vita è un dono d’amore che Dio vuole che si generi dove c’è amore, cioè all’interno del matrimonio unico e indissolubile».

MELONI - Ma non è solo il Vaticano a discutere dell'introduzione della pillola abortiva. Sulla questione ritornano anche i membri del governo. «La prossima somministrazione della pillola Ru486 in Italia impone a tutti il dovere di informare correttamente le donne italiane che intenderanno farne uso»: l'esortazione è del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. Il ministro sottolinea che si tratta «di un farmaco potenzialmente pericoloso per la loro salute, la cui vendita è stata autorizzata dall'agenzia farmaceutica in virtù di un accettabile rapporto costi-benefici purchè il suo impiego sia coerente con la legge 194 e purchè sia previsto esclusivamente in ambito ospedaliero. Ciò vuol dire che si è ritenuto questo farmaco non più pericoloso della tecnica normalmente usata per gli aborti, ma sempre di aborto si tratta». Per questo Meloni si appella alle «ragazze italiane»: «non considerate la pillola Ru486 un anticoncezionale - avverte - perchè non lo è».

UDC - Non mancano però proprio le critiche rivolte all'esecutivo da parte dell'opposizione. «Siamo profondamente delusi - sottolinea il deputato Udc Luca Volontè, riferendosi al ministro della Salute Maurizio Sacconi e al sottosegretario Eugenia Roccella - dall'incomprensibile inerzia del governo nei confronti della Ru486. Dopo sette mesi non solo l'esecutivo non è stato in grado di impedire l'introduzione della pillola abortiva ma anche la sospensione delle linee guida sulla legge 40 e i nuovi regolamenti per una più corretta applicazione della 194 sono rimasti lettera morta».

sabato 22 novembre 2008

Stacca la spina a un neonato

La procura della repubblica di Treviso ha aperto un fascicolo su una dottoressa del reparto di neonatologia dell'ospedale Ca'Foncello di Treviso, Nadia Battajon, la quale, nel corso di un convegno di etica e medicina a Padova, ha raccontato di aver staccato la spina, col consenso dei genitori e dopo un'operazione senza successo, alla macchina che teneva in vita un neonato di 5 giorni affetto da una gravissima malformazione. L'Usl di Treviso ha poi convocato una conferenza stampa, cui ha partecipato la stessa dottoressa Battajon, precisando che l'episodio oggetto dell'inchiesta rientra in una prassi ispirata da una "mozione sull'assistena a neonati e bambini afflitti da patologie o da handicap di altissima gravità del Comitato nazionale per la bioetica".

'Racconto un caso recente - avrebbe detto la dottoressa - di un neonato affetto da gravissime malformazioni, e soli cinque giorni di vita, operato ma ugualmente senza alcuna prospettiva di ripresa. A quel punto noi dell'equipe ci siamo guardati e ci siamo detti: non possiamo fare piu' niente, che senso ha proseguire le terapie?''. Cosi', ha continuato la dottoressa, sono stati chiamati i genitori del bambino: ''A bbiamo spiegato che non aveva piu' senso quello che stavamo facendo. Lo hanno capito. Abbiamo chiesto se, prima di dirgli addio, la mamma volesse prendere in braccio il suo bambino, che era attaccato alle macchine. In un primo tempo ha detto che non le sa sentiva, poi nel momento cruciale ha cambiato idea. 'L'ha preso si e' seduta su una poltrona tenendolo in grembo e noi, piano piano abbiamo bloccato la somministrazione dei farmaci'. Il bimbo e' morto tra le braccia della mamma, nella tranquillita' del reparto''. La dottoressa avrebbe rivelato che questa stessa decisione sarebbe stata presa ''altre cinque, sei volte, per casi disperati''. Procedere con le terapie nel caso del neonato di Trevisonato con gravissime malformazioni e al quale sono stati sospesi i trattamenti poiche' non sussisteva alcuna speranza di ripresa, ''avrebbe configurato, stando ai dati resi noti, una situazione di accanimento terapeutico''. Ad affermarlo e' il presidente della Societa' italiana di neonatologia Claudio Fabris: ''In una simile situazione, configurandosi accanimento terapeutico - ha detto - reputo giusto l'operato della dottoressa dell'ospedale di Treviso , che ha preso tale decisione in accordo con i genitori del piccolo''. ''Ogni caso e' naturalmente da valutare a se' - ha sottolineato Fabris - e se ci sono capacita' vitali deve essere ovviamente fatto tutto il possibile. Se pero' la situazione diventa senza speranza alcuna di ripresa e non c'e' alcuna possibilita' di sopravvivenza, e' doveroso non arrivare all'accanimento terapeutico''. Questo vuol dire, ha spiegato l'esperto, che ''se i trattamenti sanitari e farmacologic somministrati al neonato non portano alcun beneficio, ne' attuale ne' in prospettiva, procurandogli anzi solo delle sofferenze ulteriori, allora si configura appunto una situazione di accanimento terapeutico. In tal caso - ha proseguito - e' giustificata la sospensione di terapie che risultano inutili ai fini di una ripresa vitale, prolungando solo l'agonia''. In queste situazioni, ha precisato il presidente dei neonatologi, ''chiaramente con l'accordo dei genitori, si procede ad un accompagnamento alla morte con cure compassionevoli, ad esempio l'uso di farmaci analgesici, riducendo progressivamente le terapie ormai senza esito''. Evitare l'accanimento terapeutico, ha concluso Fabris, ''e' doveroso e previsto dalla deontologia medica'

martedì 28 ottobre 2008

La donna che non riconosce le voci

Un caso rarissimo o forse unico. Si chiama «fonoagnosia congenita». Con un «ciao» al telefono si va crisi


LONDRA – Fin da bambina K.H. era consapevole di essere diversa da tutte le altre persone, sapeva che qualcosa non andava in lei, perché ogni volta che sentiva una voce senza vedere il volto della persona che parlava non era in grado di riconoscerla, nemmeno quando a chiamarla – per esempio – era la madre. Oggi K.H. ha 60 anni, e la sua storia è finita sulle pagine della rivista Neuropsychologia, in quanto il suo è stato identificato come un raro caso (forse il primo conosciuto al mondo) di fonoagnosia congenita, un disturbo della percezione caratterizzato appunto dall'incapacità di associare le voci alle persone.

VOCI SCONOSCIUTE – Come spiegato dal dottor Brad Duchaine dello University College London (Ucl), co-autore dello studio pubblicato sulla rivista scientifica, "può capitare che il problema sopraggiunga in seguito a traumi o danni cerebrali, ma questo è il primo caso documentato di qualcuno cresciuto con tale disturbo". La donna è riuscita a dare un nome al suo problema solo da poco, quando leggendo un articolo sulla prosopagnosia (l'incapacità di riconoscere i volti delle persone) ha realizzato che anche il suo caso poteva essere ricondotto alla sfera delle alterazioni della percezione. Ha quindi scritto una lettera al giornale su cui era stato pubblicato l'articolo, che l'ha messa in contatto con Duchaine.

LA PAURA DEL TELEFONO – K.H., oggi professionista affermata, ha così raccontato la sua esperienza, spiegando che per anni ha evitato di rispondere al telefono se non si trattava di chiamate programmate, e questo perché, che si trattasse di un amico o della figlia, le era (e le è tuttora) impossibile riconoscere il chiamante da un semplice "ciao". Per questo motivo, dovendo introdursi in un nuovo ambiente di lavoro ha pensato bene di presentarsi con un nome diverso dal proprio, in modo da poter capire immediatamente, ricevendo una telefonata, che la persona dall'altro capo del filo aveva a che fare con l'ufficio. Erano gli anni '80, i cellulari non facevano ancora parte della nostra quotidianità e l'identificazione del numero del chiamante non era possibile come invece è oggi. Tuttavia, il problema non riguarda solamente le telefonate: la donna apprezza e ama la musica, ma non sa riconoscere i cantanti, come pure politici e attori famosi che parlano alla radio, per esempio, anche se – sottoposta a un test – è riuscita con successo a identificare Sean Connery dal suono della sua voce. Solo lui.

ALTRI CASI? – Duchaine ritiene che vi siano altre persone, da qualche parte nel mondo, cresciute assieme alla fonoagnosia proprio come K.H. e spera che leggendone la storia possano riconoscersi nel racconto della donna e magari decidere di mettersi in contatto con lui e il suo team. Permettendo così di approfondire gli studi sui meccanismi alla base di un disturbo di cui ancora si sa poco.

martedì 16 settembre 2008

Pensava fosse un orgasmo invece era un ictus: salva

La storia che stiamo per raccontarvi poteva avere un epilogo molto diverso ma, il tempismo dei soccorritori, e forse anche un pizzico di fortuna, hanno permesso ad una 35enne americana di poter parlare della sua insolita disavventura. Mentre faceva sesso con il proprio compagno ha provato delle sensazioni nuove, per alcuni versi paradisiache. Delle sensazioni che, persino lei, pensava potessero essere un orgasmo più intenso del solito.
I medici le hanno salvato la vita - Quel che sentiva non era però ciò che sembrava. La donna aveva appena avuto un ictus. Dapprima aveva sentito il braccio pesante, poi aveva avuto problemi persino nel tentare di parlare. La causa? Secondo i medici del Loyola University Medical Center di Chicago, che le hanno miracolosamente salvato la vita, l'ictus sarebbe stato probabilmente causato da un insieme di fattori: l'uso della pillola anticoncezionale, un trombo, un difetto cardiaco e, non ultimo, il rapporto sessuale.
Un ictus da sesso - Per gli esperti statunitensi si è trattato di un rarissimo caso di "ictus da sesso". Il piccolo trombo, favorito come anticipato dall'assunzione della pillola, si è formato in una vena della coscia e si è poi spostato raggiungendo l'atrio destro del cuore. Qui, anziché essere pompato fuori, il coagulo è riuscito ad attraversare una piccolissima lacerazione creatasi fra i due atri e, spinto dal battito cardiaco accelerato per via del rapporto sessuale, ha raggiunto il cervello impedendo al sangue di ossigenare un'area del cervello addetta al controllo dei movimenti del lato sinistro del corpo.
Un caso rarissimo - Il compagno, che probabilmente dopo il rapporto si è addormentato, girandosi dal lato opposto, non si è accorto di nulla. La ragazza è stata soccorsa soltanto sei ore dopo. I medici sono tuttavia riusciti a salvarle la vita iniettandole uno specifico farmaco direttamente nell'area interessata dal trombo, accelerandone così l'eliminazione. La donna è stata poi sottoposta ad un secondo intervento chirurgico grazie al quale i medici hanno corretto il difetto cardiaco. Sull'argomento le conoscenze mediche sono rare e frammentarie. Su uno studio pubblicato nel 2004 sugli Archives of Neurology si citano soltanto 4 casi simili: uno ha interessato un uomo di 38 anni mentre gli altri 3 riguardavano tre ragazze di 20 anni.

fonte: tiscali.it

mercoledì 3 settembre 2008

Il Vaticano: «La morte cerebrale non è la fine della vita». È polemica

«Valutare le ricerche scientifiche e le basi morali prima dei trapianti». Insorge la comunità scientifica

CITTÀ DEL VATICANO - Secondo L'Osservatore Romano, la dichiarazione di «morte cerebrale» non è più sufficiente per sancire la fine della vita, che va quindi rimodulata anche in base alle nuove ricerche scientifiche. L'organo di stampa del Vaticano lo scrive martedì in un editoriale firmato da Lucetta Scaraffia, membro del Comitato nazionale di bioetica e vice presidente dell'Associazione Scienza e vita, dedicato al 40° anniversario del Rapporto di Harvard, che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto.

CONTRADDIZIONE - La Chiesa accettò quella definizione e si disse favorevole al prelievo degli organi da pazienti considerati cerebralmente morti, ricorda l'editoriale. Ma poi la scienza ha dimostrato che «la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano», perciò il concetto di «morte cerebrale entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistenti. La giustificazione scientifica di questa scelta risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo», spiega Lucetta Scaraffia, che prosegue affermando che forse aveva ragione chi sospettava che la nuova definizione di morte, «più che da un reale avanzamento scientifico, fosse stata motivata dall'interesse, cioè dalla necessità di organi da trapiantare».

TRAPIANTI - Molti neurologi, giuristi e filosofi sono oggi concordi «nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano», prosegue l'autrice dell'articolo. «Queste considerazioni aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri». Inoltre «l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo, grazie alla respirazione artificiale, è mantenuto in vita, comporta un'identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente».

REAZIONI - Secondo Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani, la morte cerebrale «resta al momento l'unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire la morte di un individuo». La legge italiana, dice Carpino, che stabilisce i criteri per l'accertamento della morte cerebrale «è una delle migliori al mondo», prevedendo una serie di accertamenti precisi. Alessandro Nanni Costa, presidente del Centro nazionale trapianti, afferma che i criteri di Harvard «non sono mai stati messi in discussione in 40 anni dalla comunità scientifica, e vengono applicati in tutti i Paesi scientificamente avanzati. I dubbi ci sono sempre stati, ma da parte di frange minoritarie che fanno critiche non scientifiche». La morte cerebrale, tiene a precisare Nanni Costa, è ben altra cosa dallo stato vegetativo. Invece per Giancarlo Umani Ronchi, ordinario di medicina legale alla Sapienza di Roma e membro del Comitato nzionale di bioetica, i criteri di accertamento della morte cerebrale risalenti a 40 anni fa «lasciano molto perplessi. Dalla morte cerebrale non ci si riprende, ma sui criteri di accertamento si discute da anni». Duro commento di Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica: «Sulle questioni di fine vita, la Chiesa non è più in grado di dare risposte ai nuovi problemi e diffonde inutile panico. Non sapendo più come gestire le nuove tecniche e trovandosi in serissime difficoltà sul caso Englaro, preferisce gettare discredito su tutte le nuove tecnologie, venendo anche a rimettere in discussione i trapianti d'organo. L'obiettivo è chiaro: bloccare il caso Englaro e fissare barriere alla legge sul testamento biologico che sarà tanto restrittiva da essere inutilizzabile». Risponde padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano: «Il testo dell'Osservatore Romano è un interessante e autorevole articolo firmato dalla signora Lucetta Scaraffia, ma non può essere considerato una posizione del magistero della Chiesa». Per Ignazio Marino, senatore del Pd e chirurgo dei trapianti, la posizione dell'Osservatore Romano è «molto perciolosa e può mettere a serio rischio il futuro dei trapianti». Marino ricorda che Giovanni Paolo II, partecipando nel 2000 al congresso della Transplantation Society a Roma, «ha dato un riconoscimento etico e morale alla tecnica del trapianto di organi e ai criteri scientifici, come quello della morte cerebrale».


fonte: www.corriere.it

giovedì 28 agosto 2008

Ammazza che movimento in questo Blog!!!!

C'è da perdersi a leggere tutti i nuovi messaggi:)

"Ho rifatto il punto G. Ora il piacere è tutto mio"
La vita sessuale di Alessia è cambiata a giugno quando ha deciso di ritoccare il suo punto G. A 42 anni e con un figlio di sei, si è lasciata con il marito e ha trovato un nuovo compagno di due anni più giovane. Ma, stanca di fingere e di simulare orgasmi, ha iniziato a cercare su internet una soluzione al suo problema: non riuscire a provare piacere durante un rapporto sessuale.

“Ho scoperto che il punto G esiste – racconta la donna – e che un medico, il dottor David Matlock del Laser Vaginal Rejuvenation Institute di Los Angeles, ha ideato la G-Spot Amplification, una tecnica che consente di ritoccarlo, migliorando la qualità del rapporto sessuale”. C’è chi si fa la plastica al seno, chi elimina le proprie rughe e anche chi vuole provare più soddisfazioni sotto le lenzuola grazie a un piccolo ‘lifting’ al punto G. E per farlo non esista a regalarsi qualche mese di piacere garantito.

Una decisione difficile. “È stata una mia scelta, non ne ho discusso con il mio nuovo compagno – continua Alessia –, gli ho raccontato tutto dopo l’intervento. Ma non è stato facile intraprendere questa strada. L’imbarazzo è molto se pensi che stai cercando un medico perché non riesci a provare piacere durante un rapporto. Ma ho preso la decisione e ho cercato sul sito del dottor Matlook i medici abilitati in Italia per fare questa operazione”. Alessia ha così incontrato Alessandro Littara, andrologo e sessuologo, e lo specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica Gianfranco Bernabei dell'Istituto italiano di laser-chirurgia sessuale di Milano.
L’intervento al punto G. È bastata una piccola iniezione di una sostanza anallergica e completamente riassorbibile appena sopra il punto G. “Una zona individuabile almeno nell’80 per cento delle donne – racconta Littara – situata nella mucosa della parte anteriore della vagina, a circa tre centimetri dal suo ingresso”. In pratica si applica un filler riempitivo a base di acido ialuronico o collagene, che iniettato dal chirurgo grazie a uno speciale strumento messo a punto negli Stati Uniti promette di rendere il punto G più pronunciato e dunque individuabile. “In poche parole – continua Littara – questo piccolo intervento ‘gonfia’ il punto G, consentendo una maggiore stimolazione durante il rapporto sessuale e anche sensazioni più intense”.

E adesso Alessia, grazie a questo piccolo aiuto, racconta di aver acquistato maggiore sensibilità, più sicurezza in se stessa e di vivere la sua storia d’amore senza la paura di non raggiungere l’orgasmo. Come lei anche altre 25 donne hanno sperimentato la tecnica. “L’intervento dura circa un minuto – spiega Littara – mentre la fase preparatoria non più di mezz’ora. Si utilizza un ago sottilissimo e il più delle volte si interviene senza anestesia”. Nessuna controindicazione a parte che l’effetto svanisce in sei mesi, il filler infatti è riassorbibile e dunque l’operazione va ripetuta. E anche il prezzo scoraggia: regalarsi il piacere costa caro e servono 1.200 euro e nel 25 per cento dei casi l’intervento non funziona. Ma Alessia è sicura di reinvestire i suoi soldi. “Siamo abituati a subire il rapporto, sembriamo condannate a provare piacere solo una volta ogni tanto. Bisogna sfatare questo tabù e non avere timore a dire che anche noi donne vogliamo vivere serenamente la nostra vita sessuale”.

Un piacere è ancora per poche. Secondo le stime, continua a raccontare il dottor Littara, l’80% delle donne raggiunge il piacere attraverso la stimolazione ‘esterna’, ovvero per via clitoridea. Soltanto il 20% raggiunge l’orgasmo per via interna. E il successo che la G-Spot Amplification ha avuto negli sette mesi sembra confermare il dato. “All’Istituto italiano di laser-chirurgia sessuale per lui e per lei di Milano abbiamo eseguito circa 25 interventi di questo tipo. Ma negli ultimi tre mesi abbiamo ricevuto circa 200 mail di richiesta”. Insomma sembra proprio che anche le donne abbiano voglia di regalarsi il piacere, rivitalizzando così la propria vita sessuale così come ha fatto Alessia.



28 Agosto 2008