martedì 16 settembre 2008

Pensava fosse un orgasmo invece era un ictus: salva

La storia che stiamo per raccontarvi poteva avere un epilogo molto diverso ma, il tempismo dei soccorritori, e forse anche un pizzico di fortuna, hanno permesso ad una 35enne americana di poter parlare della sua insolita disavventura. Mentre faceva sesso con il proprio compagno ha provato delle sensazioni nuove, per alcuni versi paradisiache. Delle sensazioni che, persino lei, pensava potessero essere un orgasmo più intenso del solito.
I medici le hanno salvato la vita - Quel che sentiva non era però ciò che sembrava. La donna aveva appena avuto un ictus. Dapprima aveva sentito il braccio pesante, poi aveva avuto problemi persino nel tentare di parlare. La causa? Secondo i medici del Loyola University Medical Center di Chicago, che le hanno miracolosamente salvato la vita, l'ictus sarebbe stato probabilmente causato da un insieme di fattori: l'uso della pillola anticoncezionale, un trombo, un difetto cardiaco e, non ultimo, il rapporto sessuale.
Un ictus da sesso - Per gli esperti statunitensi si è trattato di un rarissimo caso di "ictus da sesso". Il piccolo trombo, favorito come anticipato dall'assunzione della pillola, si è formato in una vena della coscia e si è poi spostato raggiungendo l'atrio destro del cuore. Qui, anziché essere pompato fuori, il coagulo è riuscito ad attraversare una piccolissima lacerazione creatasi fra i due atri e, spinto dal battito cardiaco accelerato per via del rapporto sessuale, ha raggiunto il cervello impedendo al sangue di ossigenare un'area del cervello addetta al controllo dei movimenti del lato sinistro del corpo.
Un caso rarissimo - Il compagno, che probabilmente dopo il rapporto si è addormentato, girandosi dal lato opposto, non si è accorto di nulla. La ragazza è stata soccorsa soltanto sei ore dopo. I medici sono tuttavia riusciti a salvarle la vita iniettandole uno specifico farmaco direttamente nell'area interessata dal trombo, accelerandone così l'eliminazione. La donna è stata poi sottoposta ad un secondo intervento chirurgico grazie al quale i medici hanno corretto il difetto cardiaco. Sull'argomento le conoscenze mediche sono rare e frammentarie. Su uno studio pubblicato nel 2004 sugli Archives of Neurology si citano soltanto 4 casi simili: uno ha interessato un uomo di 38 anni mentre gli altri 3 riguardavano tre ragazze di 20 anni.

fonte: tiscali.it

mercoledì 3 settembre 2008

Il Vaticano: «La morte cerebrale non è la fine della vita». È polemica

«Valutare le ricerche scientifiche e le basi morali prima dei trapianti». Insorge la comunità scientifica

CITTÀ DEL VATICANO - Secondo L'Osservatore Romano, la dichiarazione di «morte cerebrale» non è più sufficiente per sancire la fine della vita, che va quindi rimodulata anche in base alle nuove ricerche scientifiche. L'organo di stampa del Vaticano lo scrive martedì in un editoriale firmato da Lucetta Scaraffia, membro del Comitato nazionale di bioetica e vice presidente dell'Associazione Scienza e vita, dedicato al 40° anniversario del Rapporto di Harvard, che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto.

CONTRADDIZIONE - La Chiesa accettò quella definizione e si disse favorevole al prelievo degli organi da pazienti considerati cerebralmente morti, ricorda l'editoriale. Ma poi la scienza ha dimostrato che «la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano», perciò il concetto di «morte cerebrale entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistenti. La giustificazione scientifica di questa scelta risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo», spiega Lucetta Scaraffia, che prosegue affermando che forse aveva ragione chi sospettava che la nuova definizione di morte, «più che da un reale avanzamento scientifico, fosse stata motivata dall'interesse, cioè dalla necessità di organi da trapiantare».

TRAPIANTI - Molti neurologi, giuristi e filosofi sono oggi concordi «nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano», prosegue l'autrice dell'articolo. «Queste considerazioni aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri». Inoltre «l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo, grazie alla respirazione artificiale, è mantenuto in vita, comporta un'identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente».

REAZIONI - Secondo Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani, la morte cerebrale «resta al momento l'unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire la morte di un individuo». La legge italiana, dice Carpino, che stabilisce i criteri per l'accertamento della morte cerebrale «è una delle migliori al mondo», prevedendo una serie di accertamenti precisi. Alessandro Nanni Costa, presidente del Centro nazionale trapianti, afferma che i criteri di Harvard «non sono mai stati messi in discussione in 40 anni dalla comunità scientifica, e vengono applicati in tutti i Paesi scientificamente avanzati. I dubbi ci sono sempre stati, ma da parte di frange minoritarie che fanno critiche non scientifiche». La morte cerebrale, tiene a precisare Nanni Costa, è ben altra cosa dallo stato vegetativo. Invece per Giancarlo Umani Ronchi, ordinario di medicina legale alla Sapienza di Roma e membro del Comitato nzionale di bioetica, i criteri di accertamento della morte cerebrale risalenti a 40 anni fa «lasciano molto perplessi. Dalla morte cerebrale non ci si riprende, ma sui criteri di accertamento si discute da anni». Duro commento di Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica: «Sulle questioni di fine vita, la Chiesa non è più in grado di dare risposte ai nuovi problemi e diffonde inutile panico. Non sapendo più come gestire le nuove tecniche e trovandosi in serissime difficoltà sul caso Englaro, preferisce gettare discredito su tutte le nuove tecnologie, venendo anche a rimettere in discussione i trapianti d'organo. L'obiettivo è chiaro: bloccare il caso Englaro e fissare barriere alla legge sul testamento biologico che sarà tanto restrittiva da essere inutilizzabile». Risponde padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano: «Il testo dell'Osservatore Romano è un interessante e autorevole articolo firmato dalla signora Lucetta Scaraffia, ma non può essere considerato una posizione del magistero della Chiesa». Per Ignazio Marino, senatore del Pd e chirurgo dei trapianti, la posizione dell'Osservatore Romano è «molto perciolosa e può mettere a serio rischio il futuro dei trapianti». Marino ricorda che Giovanni Paolo II, partecipando nel 2000 al congresso della Transplantation Society a Roma, «ha dato un riconoscimento etico e morale alla tecnica del trapianto di organi e ai criteri scientifici, come quello della morte cerebrale».


fonte: www.corriere.it